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ulla tavola, al caffè ed al tè si erano aggiunti altri tipi di cibo. Mangiavano tutti lentamente con entusiasmo.
Solo Filippo mangiava in modo diverso, mandando giù enormi quantità di carni e contorni artificiali. Aveva già finito due porzioni normali e ne stava iniziando una terza senza avere intenzione apparentemente di mollare. Il gatto Teo mangiava da un piatto al centro della tavola.
Filippo sollevò lo sguardo e parlò a bocca piena. "La prima cosa che farò quando saremo a casa, sarà mangiare qualcosa di decente. Sono stufo di cibi artificiali. Nei cibi artificiali c'è qualcosa che nessuna specie di spezie riesce ad alimentare".
Laura guardò accigliata il macchinista, con un boccone di bistecca, sospeso a mezz'aria tra il piatto e le labbra. "Per uno cui quella roba non piace, la trangugi come se non ci fosse un domani".
"A me piace", spiegò Francesco, mettendosi in bocca un'altra cucchiaiata. "Davvero?" Filippo non smise di mangiare, ma lanciò uno sguardo sospettoso a Francesco, come se pensasse che il macchinista non fosse del tutto sano di mente. Francesco cercò di non assumere un atteggiamento difensivo. "Si, mi piace. Diventa quasi parte di noi stessi".
"Lo credo", replicò Filippo. "Sai bene di cosa è fatta questa roba".
"Lo so", rispose Francesco. "E allora? Adesso è cibo. Comunque non puoi certo parlare tu, visto come lo stai trangugiando, a tonnellate".
"Io ho una scusa". Filippo si infilò in bocca un'altra forchettata di cibo. "Sto morendo di fame". Si guardò intorno. "C'è nessuno che sappia se la perdita di memoria abbia effetti sull'appetito?". "Macchè appetito". Fabio spilluzzicava i resti della sua porzione.
Filippo inghiottì un altro boccone doppio. "È come se... come se..." Si interruppe, poi sembrò spaventato.
Andrea si chinò su di lui. "Che c'è... qualcosa che non va? Qualcosa nel cibo?" "No... non credo. Aveva un sapore normale. Non credo..."
Si interruppe a metà frase. Aveva un'espressione tesa e ansiosa. "Che c'è allora?" Domandò una preoccupata Laura.
"Non lo so". Fece un'altra smorfia, come un pugile che abbia preso un forte pugno nello stomaco. "Ho dei crampi... stanno diventando più forti".
Facce nervose osservavano il secondo, contorto per il dolore e la confusione. Improvvisamente lanciò un gemito afferrò il tavolo con le mani. Il suo corpo era percorso da un tremito incontrollato sebbene la temperatura della mensa fosse piacevolmente calda.
Filippo provò, il respiro profondo si trasformò in un grido. "Oh, dio, fa così male fa male". Si alzò barcollando, ancora tremante con le dita conficcate sulla tavola, come se avesse paura a mollare la presa.
"Cos'è?" domandò Matteo. "Cos'è che ti fa male? Qualcosa nello..." L'espressione di agonia assunta in quell'attimo dalla faccia di Filippo interruppe la domanda di Matteo con più efficacia di qualsiasi urlo. Il secondo cercò di staccarsi dal tavolo e ricadde sulla sedia. Non riusciva più a controllare il proprio corpo. "La camicia", mormorò.
Andrea era come se fosse stato completamente paralizzato come Filippo, anche se per un motivo diverso. Stava indicando il torace incavato dell'ufficiale. Sulla tuta di Filippo era comparsa una macchia rossa. Si ampliò rapidamente diventando una lunga chiazza di sangue che gli copriva la parte superiore del petto. Seguì il rumore del tessuto che si strappava, nella stanza affollata. La camicia si aprì come la buccia di un melone, mentre una piccola testa delle dimensioni di un pugno si spingeva all'interno. Si contorceva e si dimenava come un serpente. Il piccolo cranio era quasi tutto denti affilati e macchiati di sangue. La pelle era di un pallido colore malsano scurito da un liquido schiumoso. Non mostrava organi esterni, neppure occhi. Le narici dell'equipaggio furono raggiunte da un odore fetido e indecente. Il cranio dentato si faceva strada, verso l'esterno.
All'improvviso sembrò compiere uno scatto. La testa ed il collo erano attaccati ad un corpo tozzo coperto dalla stessa pelle bianca. Braccia e gambe terminanti in artigli lo spinsero fuori a velocità inattesa. Atterrò sul tavolo, fra i piatti. Dietro di lui si fermò una sporca pozza di sangue. A Fabio venne in mente un tacchino appena ucciso con i denti sporgenti.
Prima che qualcuno riacquistasse il controllo e agisse, l'alieno scese dal tavolo con la velocità di una lucertola ed era svanito nel corridoio. Nella mensa c'erano molti respiri ansanti, ma poco movimento. Filippo restava afflosciato sulla sedia. Fabio ne fu contento. Nel petto lacerato del secondo c'era un grosso oro irregolare. Anche da una certa distanza Fabio poteva vedere come gli organi interni fossero stati spostati senza essere danneggiati. I piatti erano spostati sulla tavola e per terra.
Ma all'improvviso tutto tornò come prima gli stomaci si richiusero e l'alieno scomparve.
Filippo, Francesco, Laura, Fabio, Andrea e Matteo si dimenticarono tutto come se avessero avuto un'amnesia.
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