STORIA, CULTURA E PROGETTO DEL TERRITORIO
NELLA PIANA DI FIRENZE: IL CASO RIFREDI
Titolo della Tesi di laurea in Architettura di Daniela Poli
Dipartimento di Urbanistica e Pianificazione del Territorio
Anno accademico 1991/92
Daniela Poli
".. Gli antichi esperirono il loro ambiente come costituito di caratteri definiti. In particolare, riconobbero essere di importanza vitale il venire a patti con il genius della località in cui si doveva svolgere la loro esistenza. Nei tempi passati la
sopravvivenza dipendeva da un "buon rapporto" con il luogo in senso fisico e psichico" (C. N. Schulz).
Il genius loci, lo spirito del luogo, abitava la natura conferendogli la sua particolarità e, soprattutto, difendendola da attività che potevano ostacolare l'espressione delle sue caratteristiche.
L'estensione della piana fiorentina, con l'Arno che scorre "al contrario", come
dicono tutti i forestieri, è uno spazio abbastanza ambiguo se non si scopre che nel
plio-pleistocene la valle era riempita da un lago. Quando il lago non era ancora colmato, la conca di Firenze si svuota nel bacino Prato-Pistoia a causa di un sollevamento differenziale che la innalza rispetto al resto del bacino lacustre. Tale dislivello è legato allo sviluppo di faglie trasversali al bacino, le maggiori delle quali si trovano lungo la linea Castello-Scandicci. Questa linea viene così a costituire il margine sud-est del lago residuo: un confine che diventerà in periodo storico estremamente significativo e pressoché coincidente con la zona di Rifredi. Anche il bacino del torrente Terzolle segna una zona di confine particolarmente significativa: la valle è il punto di contatto fra due blocchi con diversa morfologia e vegetazione, ed il fiume scorre attraverso le pendici collinari - punto di contatto fra il monte e la piana - dove abbiamo visto passare la faglia Castello-Scandicci che ha segnato il limite fra area lacustre e area prosciugata.
Le diverse culture che si sono avvicendate in questo territorio hanno sempre dimostrato
una profonda conoscenza ambientale che ha prodotto progetti d'uso sempre diversi, ma
comunque rispettosi dei limiti e dei valori locali.
Gli Etruschi iniziano un'opera di bonifica dell'area paludosa, ma privilegiano per
gli insediamenti l'area della bassa collina (Quinto e Fiesole). Nella zona di Quinto gli
insediamenti si situano in prossimità di una strada di mezza costa e di grossa
percorrenza che collega Fiesole (dalle quale presumibilmente dipendevano) alla val di Marina, da dove passava il percorso transappenninico maggiormente usato per il collegamento con Bologna. La fascia pedecollinare è il luogo privilegiato per l'antropizzazione, sia per le caratteristiche morfologiche (poco acclive e quindi facilmente coltivabile e ben esposta ai raggi solari), sia per le possibilità di controllo delle risorse offerte dai diversi ecosistemi. Gli Etruschi istituiscono un progetto d'uso del territorio che si basa su di un'economia di doppio regime, orientata alla ricerca di un'autonomia alimentare interna e ad elevati scambi commerciali e culturali col mondo conosciuto.
I Romani, viceversa, istituiscono una gerarchia territoriale del tutto diversa: costruiscono la città di Firenze nella pianura asciutta, seguendo l'orientamento celeste (N-S; E-O), ed estendono la centuriazione all'area circostante - seguendo l'orientamento topografico del suolo -, col doppio scopo di bonificare ed organizzare il territorio (ancora oggi evidente negli allineamenti stradali nella pianura). I Romani iniziano ad usare in modo intenso la pianura, con un'agricoltura estensiva che fa saltare il delicato rapporto di doppio regime, che viene sostituito da uno incentrato su scambi a grande scala che elimina la necessità della salvaguardia degli equilibri interni. Nonostante ciò, questo tipo di organizzazione del territorio rispetta la natura delicata dell'area di pianura, collocando il maggior carico insediativo intorno alla via Cassia, che corre lungo il margine superiore della grande faglia che ha generato il lago. E' interessante notare come anche il raccordo con la via Cassia si staccasse da Firenze e attraversasse la piana (nella zona dell'attuale Novoli) per poi riprendere il tracciato pedemontano nell'area lacustre. Dalla via Cassia si dipartivano i percorsi transappenninici di collegamento con l'area padana, che nella nostra zona solcano la valle del Terzolle e quella del Mugnone. Su questa arteria di grossa percorrenza si collocavano gli insediamenti: i toponimi di Terzolle, Quarto, Quinto, Sesto, Settimello, segnano appunto le pietre miliari che si susseguivano lungo il tracciato.
L'abbandono delle opere romane di bonifica e i primi disboscamenti (iniziati già nel basso impero con la creazione delle "ville rustiche" come Quarto, Castello, S. Silvestro, Carmignanello) portano ad un nuovo impaludamento, al dissesto della viabilità di pianura ed all'arretramento degli insediamenti nell'alta collina, come testimoniano le numerose permanenze di torri e fortificazioni in molte delle attuali case coloniche o ville situate nelle parti alte come il Casale, la Petraia, la Torre, la Covacchia,
Castello.
Con l'anno Mille inizia, parallelamente alla ripresa demografica, quel grande processo socio-economico che riporterà alla discesa a valle dell'uomo, alla ripresa delle opere di bonifica, all'avanzata ingente dei disboscamenti e dei dissodamenti per lasciar posto ai coltivi. Questi sconvolgimenti produrranno notevoli trasformazioni paesistiche che inizieranno a plasmare i luoghi per configurarli nella immagine attuale. In questo periodo prende avvio l'organizzazione della fascia pedecollinare in seguito alla riacquistata sicurezza degli insediamenti ed al cambiamento della struttura agricola. Il nuovo sistema agrario mezzadrile diventa il fulcro della riorganizzazione territoriale, dando vita a dei microcosmi ambientali, veri e propri ecosistemi costruiti, in grado di sfruttare al meglio le risorse del luogo. La vita ruota intorno agli insediamenti sparsi (poderi, ville, case da signore e da contadino, unità autonome di produzione che si connettevano con le esigenze pressanti del mercato cittadino), e non più all'insediamento accentrato che si fondava sulla frammentazione della proprietà e sull'ormai inadeguato autoconsumo; una fitta maglia di strade si distende nella zona semipianeggiante a collegare i vari insediamenti, come mostrano le belle carte dei Capitani di Parte Guelfa disegnate fra il 1580 e il 1590.
Nel XVI° secolo, con la fioritura delle ville, si assiste al periodo della maggior
"interpretazione" delle caratteristiche del luogo: questa struttura organizza il
territorio secondo delle maglie molto larghe, collocandosi nel punto di contatto fra il monte e la piana e diventando il fulcro organizzatore delle diverse costellazioni ecosistemiche.
Il periodo lorenese vede la comparsa dell'infrastruttura ferroviaria, la quale, sia nel tracciato per Pistoia-Lucca, sia in quello Firenze-Pisa, continua a rispettare i limiti "imposti" dal sistema ambientale, ponendosi nella zona "soda" al di sopra della faglia Firenze-Pistoia ed all'interno del confine determinato dalla faglia Castello-Scandicci.
La ferrovia e la bonifica integrale della piana (con la separazione delle acque alte e delle acque basse e la differenziazione dell'immissione in Arno ed in Bisenzio) sono i punti forti su cui si poggia la trasformazione industriale dell'area. La ferrovia attrae gli insediamenti industriali intorno al suo asse (Macelli, 1865; Mercato del Bestiame, 1872; Stazione di Rifredi, 1889; Officine Galileo, 1908; Pignone, 1920) che diventano i capisaldi del futuro colmamento dell'area. La piana, ormai sottratta ai ristagni acquitrinosi, diventa un "piano" privo di caratteristiche proprie pronto ad accogliere ogni sorta di edificazione. Se fino al XVIII° secolo il tessuto insediativo si organizza soprattutto nella fascia medio collinare, durante l'Ottocento si produce uno slittamento dell'abitato verso la pianura e la via Sestese, che perdura nei primi anni del Novecento e si incentiva negli anni '60 per arrivare alla totale saturazione di ogni residua area agricola. Questa nuova trasformazione è diversa da tutte le precedenti perché nega ogni continuità con la lenta costruzione del territorio, crea un'enorme frattura fra il monte e la piana, e decreta la fine dello sfruttamento delle potenzialità energetiche ambientali. Il primo atto di questa nuova "interpretazione" del luogo è dato dal piano industriale per Rifredi predisposto dall'Ing. Bellincioni nel 1916. Il Piano segue quella che già era una tendenza spontanea a collocare gli insediamenti produttivi intorno alla ferrovia (Officine Galileo, 1908) e risponde alla costante preoccupazione del tempo di tener lontane le fabbriche dalla città vera e propria, quella d'arte e di cultura (come mostra la famosa veduta panoramica di Firenze delineata dallo Zumkeller del 1934-36, in cui gli insediamenti produttivi di Novoli non sono disegnati).
L'area era stata prescelta per la vicinanza alle stazione di Rifredi e delle Cascine che garantivano, attraverso dei progettati raccordi ferroviari, un adeguato movimento di materie prime e prodotti finiti. Nel 1934, nel documento "Per la Firenze Futura", si afferma che gli ulteriori sviluppi industriali - per i quali Novoli si dimostrava già insufficiente - si sarebbero potuti realizzare proprio lungo la cosiddetta dell'area Nord-Ovest, che diventava un punto di connessione fondamentale con tutta l'area centro settentrionale e con quella della costa tirrenica grazie alla potente armatura infrastrutturale (ferrovia, autostrade) che la attraversa.
Tutti i piani regolatori del dopoguerra (quello del '51, quello del '58 e soprattutto quello del '62 - in cui quest'area viene simbolicamente chiamata "il porto" -, e le successive varianti) vi hanno sempre previsto insediamenti strategici per il nuovo volto che si voleva dare alla città (Aeroporto, Università, Centro direzionale e Polo espositivo), privilegiando l'aspetto prima produttivo e poi terziario e d'immagine. In queste ipotesi progettuali la città non è più pensata come inserita nel suo contesto ambientale di riferimento, ma è pensata come un organismo totalmente artificiale che può fare a meno, in nome del progresso, degli elementi naturali che la compongono: l'aria, l'acqua, il suolo, gli alimenti.... Queste previsioni non si sono mai avverate, ma molte piccole operazioni sono state compiute come, ad esempio, la destinazione ad insediamenti industriali degli anni '50 dell'area (l'attuale Saivo-Degussa) fra la villa Corsini e la Villa de' Pazzi situate a pochi metri dalle più conosciute ville della Petraia e di Castello.
In questi anni si compie la "colmata" della conca fiorentina: l'urbanizzazione non si limita ad espandersi a macchia d'olio verso le aree rurali, inglobando case sparse e singoli insediamenti, ma coinvolge i vari centri che costellavano la piana. La città si salda agli abitati situati sulle vie radiali in uscita dal capoluogo a causa di un processo opposto: da un lato questi centri diventano una sorta di per tutti gli immigrati che non trovano sistemazioni adeguate nel centro cittadino, dall'altra fungono da riserva per l'edificazione per i ceti meno abbienti scacciati da Firenze. Così la fascia di separazione - confine fisico, ambientale e funzionale - fra area urbana ed extraurbana viene cancellata per lasciar posto ad un'edilizia omologata e standardizzata, uguale in tutte le periferie del mondo, che ha negato ogni tipo di identità locale: il vecchio quartiere delle Cascine - S. Jacopino si salda ai quartieri operai e industriali di Novoli e Rifredi, mentre essi si espandono verso Castello; le Panche si uniscono a Careggi e lungo la via Sestese inglobano il Sodo dilatandosi verso
Castello.
Oggi queste aree stanno subendo un'ulteriore trasformazione che nega anche la loro più recente identità operaia con la dismissione di molte fabbriche e la rilocalizzazione
(forse) nei comuni contermini. Molte di queste aree (è il caso dell'area Fiat) giocano un
ruolo fondamentale nel futuro riequilibrio complessivo della città che deve oggi, in
primo luogo, preoccuparsi di bonificare e riaprire le relazioni col proprio contesto di
riferimento, se non vuole rischiare di soffocare per un eccessivo carico di funzioni e di
inquinamento che la stanno già preoccupantemente attanagliando.